
È difficile restare indifferenti di fronte a una sentenza come quella emessa dalla Corte d’Appello di Ancona, che ha assolto con formula piena tutti gli imputati nel processo sul dissesto di Banca delle Marche; dopo dieci anni, una montagna di carte, indagini, perizie, udienze, accuse, condanne in primo grado e sofferenze vere, umane. Come se nulla fosse accaduto, ma se davvero nessuno ha colpa, allora chi ha creato il danno? Dove sono finiti i sette miliardi scomparsi?, e soprattutto, se questo non è reato, allora cosa lo è?.
Dal virale diffondersi della notizia è uno di quei fatti che, più che commentare, bisognerebbe contemplare. Come si contempla un’opera d’arte di particolare perfezione formale, anche quando il contenuto ci disgusta. Perché questa assoluzione collettiva ha qualcosa di artistico nella sua completezza, nella sua capacità di negare l’evidenza con la grazia di un balletto ben coreografato. Il trionfo dell’innocenza universale, una specie di miracolo giudiziario che meriterebbe di essere studiato nelle facoltà di giurisprudenza come esempio perfetto di finzione narrativa applicata alla realtà.
Mentre scrivo queste righe, penso alle migliaia di risparmiatori che hanno perso tutto, a quelle famiglie che si sono viste portare via il futuro da questi signori; penso alla loro rabbia, alla loro disperazione, al loro senso di impotenza davanti a un sistema che li ha traditi e umiliati, derubandoli. E ciò che più mi sconvolge, forse, non è neppure l’avidità di chi ha orchestrato il disastro, ma la compostezza con cui lo ha fatto, e non è solo una questione di inganno, ma di assenza totale di pietà; di una violenza sottile, invisibile, che si insinua nel quotidiano e lo avvelena. Non è la prima volta, né sarà l’ultima. In questo Paese dalla memoria corta e dalla fiducia lunga, i truffatori si travestono da salvatori, e i salvati, troppo spesso, si accontentano delle scuse, il dramma è non aver imparato nulla dal passato.
Le motivazioni della sentenza, saranno tecnicamente ineccepibili, arriveranno tra novanta giorni, e sarà certamente interessante leggere come si possono giustificare giuridicamente azioni e comportamenti che hanno prodotto effetti economici devastanti, pur senza individuare un soggetto cui attribuirne la responsabilità in termini penalmente rilevanti. Sarà un capolavoro di ermeneutica giuridica; ma ciò che resta oggi è la sensazione che non ci sia più nessuna correlazione tra quello che accade e chi lo fa accadere. La domanda che dovremmo porci non è se i giudici abbiano ragione o torto dal punto di vista tecnico, ma se possiamo permetterci, come società, di mandare il messaggio che il potere finanziario è intoccabile.
Il sistema giudiziario, che dovrebbe essere il grande equalizzatore democratico, finisce per riprodurre e legittimare le stesse gerarchie sociali che dovrebbe contrastare.
Una montagna di denaro che rappresentava i risparmi di migliaia di persone comuni, gente che si alzava la mattina, andava al lavoro, metteva da parte qualche soldino con la fatica e la parsimonia di chi sa cosa significa il valore dei soldi. Pensionati che avevano risparmiato una vita, operai che avevano rinunciato alle ferie per non toccare il gruzzolo, commercianti che si erano privati di tutto per garantire un futuro ai figli.
Tutto sparito, volatilizzato, evaporato come nebbia al sole.
La storia ci presenta un quadro desolante. Un amministratore delegato che è riuscito a farsi pagare la buonuscita due volte, facendosi licenziare e assumere nello stesso giorno, poco prima che Banca d’Italia vietasse i paracadute d’oro per i banchieri. Un tempismo da orologiaio svizzero. L’operazione rivela una conoscenza sofisticata dei meccanismi normativi, un timing perfetto, una rete di complicità che ha reso possibile l’impossibile. Ma soprattutto mostra la convinzione che le regole esistano per essere aggirate da chi ha le competenze e le relazioni per farlo; è la manifestazione di un potere che non ha bisogno di giustificarsi, che non deve rendere conto a nessuno, che può permettersi di decidere senza valutare perché sa di avere sempre una via d’uscita; qualunque cosa accada, qualcun altro pagherà il conto.
È stato documentato che, in una seduta del consiglio di amministrazione del 23 luglio 2008, furono approvate, con un livello di efficienza da Formula Uno, ben 83 pratiche di affidamento, in meno di cinque minuti netti; meno di quattro secondi per pratica, neanche il tempo di leggere il nome del richiedente, senza neppure la parvenza di un’analisi del merito creditizio. Perché complicarsi la vita con l’analisi dei rischi quando si può andare a intuito?, parliamo di decisioni con impatti patrimoniali potenzialmente enormi, adottate con un automatismo inquietante, senza discussione, senza approfondimento; compromettendo la funzione stessa dell’intermediazione creditizia, e cosa ancor più grave, piegandola a finalità predatorie, con la certezza che se le cose fossero andate male, il conto lo avrebbero pagato sempre gli altri. Si tratta di un assetto deliberatamente disfunzionale, in cui la concessione del credito e la vendita forzata di obbligazioni subordinate erano parte di un meccanismo, costruito per tenere in vita artificialmente una banca tecnicamente già fallita.
E poi, dov’era Banca d’Italia e BCE mentre tutto questo accadeva? Perché se è vero che i giudici non hanno ritenuto configurabili fattispecie penalmente rilevanti nei comportamenti degli imputati, resta il fatto che il dissesto di questa banca non si è prodotto all’improvviso, come una calamità naturale, ma si è sviluppato nel tempo, sotto gli occhi di chi aveva il dovere di intervenire. La vigilanza è una funzione di garanzia, un presidio di legalità sostanziale nel mercato, la supervisione è una funzione cardine della stabilità finanziaria. E quando questa funzione viene esercitata in modo intermittente, distratto si genera un vuoto fiduciario. Il ruolo di un’autorità di vigilanza non è quello di aspettare il crac per intervenire ex post con commissariamenti e relazioni tardive, ma di prevenire, sorvegliare la stabilità e la correttezza del sistema bancario, leggendo quei bilanci opachi, monitorando quelle pratiche di affidamento approvate a raffica, e soprattutto intervenendo su quelle dinamiche patrimoniali che urlavano la parola insolvenza prima ancora che venisse pronunciata nei tribunali.
Ora, dopo tutto questo tempo i giudici hanno pronunciato le loro formule di assoluzione, hanno riletto i fatti, hanno ricostruito le catene di comando, le responsabilità, i documenti, i ruoli, le omissioni. Eppure, l’intero impianto dei fatti resta, nei suoi elementi oggettivi, confermato e sotto gli occhi di tutti. Resta l’ingiustizia percepita da migliaia di persone che si sono viste espropriate non solo dei propri risparmi, ma anche della fiducia nello Stato, nel mercato e nella legge. Nessuna bancarotta fraudolenta, nessun sistema studiato a tavolino per impacchettare prodotti tossici da rifilare a chi voleva solo un mutuo o un piccolo prestito. Chi aveva bisogno, veniva strozzato. Chi dava fiducia, veniva spennato.
Per tutte queste persone non ci sarà sentenza che restituirà loro quello che hanno perso. E questo è il punto dolente, quello che fa più male, che tutto sia stato perfettamente legale. Eppure, da questo vuoto, qualcosa può ancora germogliare, dobbiamo avere il coraggio di ripensare la legalità con lucidità riformatrice, con la consapevolezza che il diritto è un organismo vivente, che deve respirare insieme alla società che pretende di regolare. È il momento di pretendere una giustizia che sappia interrogarsi sul senso più profondo delle proprie decisioni, sul messaggio che esse trasmettono, sul tessuto etico che contribuiscono a costruire o a lacerare.
Le storture, per quanto sistemiche, per quanto codificate nella grammatica dell’impunità, possono essere illuminate dalla cultura, dalla memoria e dall’empatia.
C’è una cosa che nessuna sentenza potrà mai cancellare, ed è la coscienza che nasce nelle persone quando tutto crolla. Perché chi ha visto dissolversi i propri sacrifici, chi ha toccato con mano l’arroganza del potere e l’impotenza della legge, oggi cammina con gli occhi più aperti. Da queste macerie sorge anche una nuova forma di vigilanza collettiva, una rabbia lucida che può trasformarsi in azione, in partecipazione, in memoria viva.
Dott. Raffaele Cassella
